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... quante storie ...

racconti brevi, medi, lunghi e qualcos'altro

SONO GIORGIA


“Buonasera, sono Giorgia, posso esserti utile?”
“…”
“C’è qualcuno al telefono?”
“…”
“Ok, hai tutto i tempo che vuoi, la comunicazione verrà interrotta solo se non parlerà nessuno nei prossimi dieci minuti…”
Dall’altra parte una voce flebile, appena udibile: “Ho perso… il controllo della macchina, devo aver preso un albero… ma da qui non vedo molto, anzi non so nemmeno dove mi trovo in realtà”
“Ti sto rintracciando… solo un momento, ah ecco: sei sulla Strada Provinciale 491, Provincia di Teramo, nel comune di Castel Castagna, località Castagna Vecchia. Ora dimmi: come ti senti? Sei ferito?”
“Sì, penso di essere ferito, ma sono scivolato sotto al volante, ho la cintura ancora allacciata e non riesco a muovermi, non vedo nulla, non riesco a vedere luci qui intorno”
“Ok, adesso ti spiego come sganciare la cintura: segui verso l’alto il nastro con la tua mano destra… Puoi muovere la tua mano destra, vero?”
“Sì, lo sto facendo”
“Bene, dovresti trovare un pulsante laterale sul montante dell’auto, prova a premerlo due volte”
“Sì, ecco, l’ho fatto… ah, mi sono liberato, grazie Giorgia” la voce era un po’ sollevata.
“Io nel frattempo ti ho chiamato l’ambulanza, partirà da Montorio al Vomano, ci vorranno almeno 20 minuti, ce la fai, vero?”
“Eh, se non ho alternative, devo farcela per forza, anche se mi sento sempre più debole, spero di reggere”
“Probabile che tu stia perdendo sangue, verifica se senti del bagnato lì intorno…”
“Sì, ma nel buio non distinguo se è sangue o altro”
“Dove sei ferito? Puoi sentirlo? Hai qualche strappo nei vestiti?”
“Credo di aver preso una botta alla clavicola sinistra, mi sento indolenzito, e poi… qui sul collo… - mentre con la mano destra sfiora la parte sinistra del collo - Oh mamma, qui ho proprio un bel taglio… Ecco, mmh qui esce parecchio sangue, come faccio a fermarlo? Aiutamiii, ti prego”
“Riesci ad usare un fazzoletto di stoffa, un panno, qualcosa del genere? Vedrai che se tamponi il taglio con qualcosa e premi a fondo, il sangue si ferma”
“Sì, ecco ho il fazzoletto in tasca, dovrei riuscire a tirarlo fuori, sì! – si sente qualche gemito per lo sforzo, poi finalmente “Sì, ora provo a… fermare il sangue…”
“Su, vedrai che presto arriverà qualcuno, non perderti d’animo, ti salveranno a breve… Intanto dimmi qualcos’altro: chi ti aspetta a casa? Hai una famiglia… dei bambini, forse?”
“No, non mi sta aspettando nessuno, andavo a trovare i miei genitori, appunto, ora che mi ricordo, abitano a Contrada Faeta… non è nemmeno tanto distante da qui”
Si sente una sirena avvicinarsi ed una luce blu lampeggiante invade la piazzola di terra su cui la macchina è piombata nell’uscire di strada.
“Bene, da quello che si sente da qui dovrebbero essere lì i sanitari, adesso ti lascio nelle loro mani. Sii fiducioso, sanno quello che fanno! Ciao… Ripetimi il tuo nome, non l’ho registrato…”
“Lorenzo. Mi chiamo Lorenzo eeeh sì, l’ambulanza è qui – e si sente lo sportello della Yaris che viene aperto dall’esterno dal primo soccorritore – Giorgia, aspetta un attimo solo, sei stata davvero preziosa, possiamo vederci, nei prossimi giorni… quando puoi e quando vuoi…?”
“No, è che non possiamo proprio vederci…”
“Sei già impegnata? Io non intendevo per forza arrivare a chissà cosa, volevo solo… sì, solo vederti e ringraziarti… - mentre fa cenno veloce di aspettare un momento ai sanitari – Perché non possiamo, secondo te?”
“No, proprio non è possibile io sono Giorgia, e sono un’intelligenza artificiale! Ciao.”
“…”
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IL COLORE BLU

Livio era seduto in silenzio, leggermente accigliato, mentre la sorella apriva cassetti uno dopo l’altro, cercando dovunque con cura, alzando carte e libri, sempre più preoccupata.
Nulla, neanche un mozzicone di colore blu, anche se aveva cercato in tutta la stanza.
Alzando gli occhi al cielo Sveva sbottò in una frase risolutiva – Ma usare un altro colore, no? – avvicinandogli tutta la scatola dei pastelli – Ecco, ci sono tutti, solo il blu è finito.
Il piccolo non aprì bocca all’inizio ma decise di usare il verde chiaro, sì infatti, rimuginava, certe volte il mare è verde… ma mentre si agitava con generosi gesti sul foglio ormai completamente verde gli venne da chiedere
– Ma perché è sparito proprio il colore che volevo usare io? – girando la sua faccia furbetta verso quella che era la fonte di sapienza più vicina.
Sveva rifletté brevemente poi sorrise e inventò una spiegazione surreale, che a lui però sembrò geniale
– È che troppe persone nel mondo hanno deciso di usare il colore che volevi usare tu, quindi per oggi non si trovano più pastelli blu… Ecco bisogna aspettare che arrivi mezzanotte, così i colori vengono ricaricati e sicuramente domani troverai un colore blu nuovo di zecca.
Sembrava convinto per quel momento e disegnò pesci di tantissimi colori. Poi tornò a chiedere – E se durante la notte i bambini che non dormono decidono di esaurire il blu della giornata?
La pazienza le sussurrò di calmare l’ansia del fratello – Ma infatti i bambini usano tanti colori, perché se usassero solo il blu poi si addormenterebbero: non lo sapevi? Il blu ti fa dormire, di colpo zac, ti prende e ti spinge a letto.
Sveva era divertita al pensiero che Livio avesse preso per buona la sua ipotesi bizzarra, ma la consapevolezza di essere un faro per lui le dava una sottile soddisfazione anche alla sua tenera età. Dopo pochi minuti il piccolo, stanco per la giornata intensa, crollò bocconi sul lettino.
La mattina dopo nelle pieghe delle coperte, la mamma trovò due pastelli blu, di nuances diverse. Lesse a voce alta “BLU OCEAN” e “BLU COBALTO” e con cura li rimise al loro posto.
Al ritorno da scuola Livio andò subito a prendere la scatola dei colori e con un album di fogli nuovi sotto al braccio, si sedette al suo tavolino giallo. Solo lì si ricordò del dramma della sera prima, del colore finito ed alzò il coperchio con un solo timore. Ma il suo sorriso subito si allargò
– Belloo – fissando le matite colorate fra il violetto ed il nero – SVEVA corri a vedere! – verso la sorella – Oggi hanno ricaricato un blu doppio! Evvaiii! – alzando il braccio in segno di vittoria. 
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NAORAH

Girava tutto nel modo giusto con Ludovico fino a quel punto, poi improvvisamente un fulmine o non so cosa, era comparsa quella. Non ricordo il suo nome ma si era ripresentata verso le sette in una fredda serata di febbraio; dopo alcune chiacchiere, due o tre smancerie, qualche parola carina, era riuscita persino a farsi invitare a cena. Che brutta persona, lei sapeva che avrei ceduto e me ne sarei andata a letto lasciandoli soli, lei sapeva che avrei abbassato subito la testa, che non avrei mostrato la gelosia di cui ero piena, mi conosceva già.
Avete diritto ad una spiegazione, almeno per capire: ci eravamo già incontrate noi due, sì ammetto, quella volta precedente ero stata molto collaborativa, avevo anche seguito i suoi consigli, ma solo perché lei non aveva manifestato intenzioni di rubarmi il mio Ludo, stavolta invece… si stava comportando in modo subdolo, dall’altra stanza sentivo le loro risatine, intuivo gli argomenti con doppi sensi, più volte al tintinnare di bicchieri immaginavo i fiumi di prosecco, alla fine avevo deciso di chiudere gli occhi, astraendomi per non angosciarmi, ed ero praticamente riuscita a far finta che lei fosse già andata via; oppure mi ero solo addormentata.
Però che spudorati, io mi ero ritirata per farli sentire liberi di decidere e loro mi ignoravano, come se non abitassi già più in quell’appartamento. Parlavano stretto e sempre più a bassa voce.
Sentii solo la porta chiudersi ad un certo punto della serata e poi silenzio. Pensai che fossero usciti ed ero già pronta a disperarmi per essere stata lasciata sola, ma… ci fu un suono familiare: una catenella che scorrendo lungo un gancio mi fece capire che lui era ancora lì. Lo vidi comparire nello specchio della porta. Dal mio angolo di visuale lo vedevo in tutta la sua bellezza mentre, con la cintura fra le mani, mi chiedeva
– Allora? Ti ho fatto aspettare troppo, forse? Puoi perdonarmi? E insomma, facciamo una passeggiatina?
Non riuscivo a fermarmi, tentai di abbracciarlo, il mio entusiasmo lo travolse mentre gli saltavo addosso, la mia ingombrante coda stava sventolando in aria e la mia felicità era semplicemente incontenibile. Ero di nuovo “La sua Naorah!”.
[Bri]
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COMANDI A DISTANZA

La stanza era stata rassettata da poco, sul pavimento lucido, proprio vicino alla poltroncina, giaceva il piccolo clown che la bambina di tre anni e mezzo trascinava per un braccio durante tutto il giorno, ovunque andasse. Di fronte c’era il televisore, e infine, sprofondata nella poltroncina, c’era la bimba, con una gamba penzolante dal bracciolo, che guardava il suo cartone preferito.
La mamma aveva già preparato quello che Liza amava di più in assoluto. Il profumo che veniva dal forno della cucina le faceva sentire che era vicina l’ora in cui la lasagna sarebbe stata divisa nei piatti.
La sua attenzione però era tutta rivolta allo schermo della Tv quando la luce colorata sparì, interrompendo una scena in cui il protagonista stava finendo una frase.
La piccola rimase piuttosto male, ma aspettò qualche attimo prima di prendere provvedimenti. Girò la testa verso la porta e quando tornò sulla Tv il programma era cambiato, ora c’era un uomo in grigio che spiegava le notizie della giornata. Solo qualche istante e si girò di nuovo ed il suo sguardo colpì di lato il compagno della madre con un telecomando in mano mentre, sorridendo, la stava boicottando. Qualche secondo ed ecco riapparire il programma di cartoni. Liza decise di non protestare, aspettò solo che il brutto scherzo finisse una buona volta.
Passarono altri lunghi minuti, in cui la bimba era immersa nella visione e quando la mamma cominciò a chiamare la famiglia a tavola, mentre la teglia bollente aspettava sulla cucina, la Tv si spense ancora, stavolta definitivamente.
Liza si alzò dalla sua poltroncina, si diresse in camera sua, proprio nell’angolo della cesta dei giocattoli preferiti. Sporgendosi all’interno si dette alla ricerca spasmodica. Ogni tanto si fermava ad analizzare quello che le passava fra le mani, ma poi lo lasciava cadere nella cesta. Finalmente trovò l’oggetto che le serviva: un telecomando rosa coi bottoni grandi e colorati. Si avvicinò alla cucina, lo indirizzò verso la sedia dove il patrigno aveva già preso posto. Spingendo uno dei tasti ne fece uscire una scampanellata ed un suono elettronico “sdeeing – biribidibì” ed in un lampo l’uomo sparì.
Al suo posto rimase un micetto rosso disorientato e affamato.

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ONDE GRAVITAZIONALI

Tommaso stava facendo davvero tardi, era arrivato trafelato alla stazione, correva a più non posso verso il binario 2, dove ogni mattina c’era il treno che lo avrebbe condotto al lavoro. Ma stamane la stazione aveva qualcosa di strano, non c’erano binari, e non c’erano treni ovviamente, in realtà era un capannone con dentro solo mucchi di fieno e scatoloni; non l’aveva mai vista così; eppure prendeva quel treno da almeno cinque anni.
Si girò intorno, meravigliato ma al contempo preoccupato – Cos’è successo alla stazione? – aveva pronunciato tra sé. C’era un altro uomo a poca distanza, sembrava leggermente sudato come se avesse corso anche lui, e i due si guardavano gesticolando come davanti ad uno specchio.
Da dietro una pila di scatoloni uscì un terzo signore, con una livrea rossa e nera che, nel tentativo di tranquillizzarli fece salire ancora di più la rabbia in entrambi – Buongiorno. Immagino stiate cercando i vostri treni, eh sì li abbiamo spostati, da oggi si parte da Contrada Le Piane – Indicando col braccio teso alla sua destra
Tommaso, imbufalito, corse via subito senza aspettare altre spiegazioni, e sparì in direzione della nuova locazione, mentre l’altro, che evidentemente aveva qualche minuto a disposizione, chiedeva ancora – Ma come spostati? Senza dire niente in anticipo? Ma poi perché spostarli? Stavano tanto bene qui, visto che questa – alzando un po’ la voce – si chiama Contrada STAZIONE! – con l’aria compiaciuta di uno che sta dicendo una grande verità.
Il signore in livrea rispose mentre tornava dietro il suo mucchio di scatoloni – Ma certo che l’abbiamo detto, dovrebbe essere uscita la notizia sul giornale di ieri… O forse no, è che… l’abbiamo deciso ieri pomeriggio, ecco, abbiamo fatto il possibile – ma quest’ultima frase raggiunse solo lontanamente lo sconsolato ascoltatore, che se ne stava andando anche lui verso Le Piane.
Arrivò in quel momento un uomo distinto, che chiamava, guardando dietro alle balle di fieno “SIMONE??” senza alcuna risposta. Giunse vicino ad un telefono a parete, staccò la cornetta e se ne servì. Urlò semplicemente – Ma che diamine state combinando? Siete impazziti forse? Chi ha organizzato tutto questo pasticcio? Dov’ è finito Simone?
Vagamente giustificativa la voce dall’altra parte del filo – Simone ha chiesto un giorno di permesso oggi, abbiamo dovuto sostituirlo in fretta, mi spiace…
Il tuono non si fece attendere – E lo avete sostituito proprio con quel novizio? Irresponsabili! Affidare la plancia di controllo all’ultimo arrivato!
Un’onda gravitazionale, una sorta di arricciatura laterale della scena, attraversò la mattina fredda.
In pochi attimi tutto tornò come prima, i binari, un paio di treni, le colonne, i passeggeri che salivano e scendevano, che affollavano le sale di attesa, i macchinisti fieri della propria divisa che aspettavano il fischio del collega per partire.
Adesso – muovendo due dita nell’aria – riportiamo gli orologi indietro di un’ora – disse il direttore – … e soprattutto qualcuno vada a convincere i due che staranno aspettando a Contrada Le Piane che hanno capito male.
[Bri]
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... alle prossime storie...

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